Parliamo di 2.0
Filippo Rizzante (Executive Partner di Reply), Riccardo Luna (Direttore di Wired) e Francesco Saviozzi (Assistant Professor SDA Bocconi) parlano del paradigma del 2.0. Cos’è il 2.0, e perchè nasce?
Filippo Rizzante introduce i concetti di “2.0″ da un punto di vista tecnologico:
il 2.0 stà portando chi offre servizi professionali allo spostamento da una logica di costruzione (sviluppo delle logiche applicative e delle infrastrutture di sostegno) ad una logica di assemblaggio (sviluppo di logiche applicativa mediante il riutilizzo di infrastrutture e componenti esistenti).
L’assemblaggio di soluzioni software usufruisce spesso di servizi e componenti resi disponibili on-line, mettendo in grado il System Integrator di fornire al cliente un servizio migliore in termini di costi, tempi di realizzazione e soluzioni offerte.
I cambiamenti che stanno avvenendo nelle piattaforme tecnologiche influenzano radicalmente anche il modo di fare i giornali, come ci spiega Riccardo Luna. Il giornalismo partecipativo, o citizen journalism, contribuisce ad insegnare ai giornalisti a essere migliori. I nuovi media, grazie alla loro natura interattiva, consentono la partecipazione attiva dei lettori e costringono i giornalisti ad essere piu’ aderenti alla realtà, piu’ veri ed autentici. Questa partecipazione dal basso costringe i professionisti a fare giornali migliori, non “possiamo dire bugie” senza il timore di essere smascherati da un nostro lettore (magari sul proprio blog).
Francesco Saviozzi analizza gli strumenti 2.0 in un contesto che vede PMI, internet e crisi come attori principali della realtà attuale. In questo contesto gli strumenti 2.0 possono assumere un grosso valore come facilitatori di relazioni inter-aziendali, piu’ che intra-aziendali. Un contesto che consente alle PMI di fare “sistema”, cioè di relazionarsi mediante “Business Relationship Platform” che metta le aziende non solo in grado di collaborare a livello di filiera per ridurre molte inefficienze, ma anche di condividere esperienze in diversi settori secondo una logica di “contaminazione” (es: moda che si incrocia con il lusso, col fine food, ecc..).
Quest’ultimo punto, in particolare, mi riporta alla mente un post recente di Emanuele Quintarelli “L’enterprise 2.0 dei Distretti Industriali?“.
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